PER RICORDARE

Domenica sera è stata davvero speciale: desidero raccontarla utilizzando quasi completamente il contenuto della mail che mi è stata inviato. Unirò qualche commento oltre immagini e video, secondo il mio costume

Nell’ambito delle manifestazioni concernenti Giornata della Memoria al “Teatro Instabile di Napoli”(TIN) Vico Fico Purgatorio ad Arco, 38, sono andate in scena due rappresentazioni, come è stato detto, di grande spessore artistico e culturale per celebrare una memoria altrettanto particolare per evitare che nel futuro si possano ripetere le follie di cui l’Umanità avverte il “marchio” indelebile, da esporre sempre e senza vergogna. Le due rappresentazioni sono: “La moglie ebrea” e “Sotto Berlino”
L’Istituto Campano per Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età contemporanea “Vera Lombardi” (ICSRAEC), ha invitato noi soci a partecipare. Il Presidente, Guido d’Agostino, durante la presentazione dei due lavori, oltre aver esaltato lo straordinario e suggestivo teatro che si trova nel cuore del centro storico di Napoli, ha affermato che, nell’ambito della storia della shoà, è meglio dire “per ricordare” che “per non dimenticare”. Il ricordo è sempre più incisivo; il termine “dimenticare” a un certo punto potrebbe essere usato senza il necessario negativo…
E l’orribile “negazionismo” che purtroppo si sta diffondendo, ne è la prova…

La moglie ebrea
di Bertolt Brecht
con Miriam Campaniello
Regia di Michele Del Grosso

Michele Del Grosso ambienta “La moglie ebrea” in uno spazio claustrofobico, dove Judith Keith si muove come un leone in gabbia. La quarta parete è completamente eliminata per favorire il dialogo con gli spettatori che dapprima rappresentano i fantasmi di tutti gli ebrei che hanno perso la vita nei campi di concentramento e poi, nel corso della pièce, si trasformano in aguzzini, in tedeschi nazisti capaci di qualsiasi mostruosità. Judith Keith li vede come ossessioni che avanzano e che la divorano e che, anche se lei cerca di tenere lontano, finiscono per schiacciarla definitivamente. Un sipario specchiato segna il confine, la separazione tra la realtà, incombente e minacciosa dell’esterno, e l’ambiente interno, borghese, in cui la donna si rifugia per far sì che i suoi occhi non vedano ciò che sta accadendo per strada, alle sue spalle, lì dove il delirio imperversa.
Tra una telefonata e l’altra, che Judith fa per dire addio alle persone più care, il sipario viene aperto: urla laceranti, sirene, spari, cani che abbiano, pianti, lamenti strazianti: è l’inferno, insomma, che entra in casa di Keith. A quel punto la donna non può più fingere, neanche con se stessa. È costretta a prendere una decisione. Dopo un monologo rabbioso che ha come oggetto l’assurdità del nazismo e di coloro che vi hanno preso parte, tra cui lo stesso marito, che “se ne sta seduto lì e non dice niente”, ella, confermando il proprio nazionalismo ebraico decide di fare le valigie e partire. Molto probabilmente perderà la vita in una delle tante camere a gas, macchine mortali che hanno decimato un’intera popolazione. Del Grosso non mette in scena solo la vicenda di un’ebrea vissuta nel periodo nazista, ma pone l’attenzione sull’esperienza di una donna che per un atto d’amore e di coraggio rinuncia a tutto: a se stessa, alla propria femminilità, alla propria agiatezza, alla famiglia, andando decisa a testa alta verso una morte certa e orribile.

Inserisco il trailer de “La moglie ebrea” solo che l’attrice non è la bravissima Miriam Campaniello, ma Maria Bighinati, anch’essa con una buona formazione teatrale:

Sotto Berlino
di Gianni Guardigli
con
Francesca Annunziata, Antonio Atte,
Roberto Giordano, Maia Salvato, Maria Sperandeo
Musiche dal vivo: Igor De Vita
Adattamento e regia: Iolanda Salvato

Iolanda Salvato porta in scena l’umanità che c’è dietro ogni guerra. In questo caso, si tratta di quella semplice e imbarazzante che ha fatto parte del secondo conflitto mondiale. In scena, cinque persone si raccontano nel seminterrato di una palazzina berlinese, dove abitano per scampare alla morte durante la Seconda Guerra Mondiale.
Fuori, esplodono le bombe e violente deflagrazioni li costringono al buio. Eppure, nonostante tutto, le problematiche quotidiane della convivenza riescono a scardinare l’orrore e le limitazioni della guerra stessa. Un marito e una moglie, una madre e una figlia, un anziano attore omosessuale: cinque persone profondamente diverse tra loro, ma unite dalla tragedia del conflitto mondiale e dalla caducità della vita. I bombardamenti sono al di là del seminterrato, ma la loro sostanza entra senza pudore con le note delle musiche dal vivo di Igor De Vita che rivelano poeticamente l’altra faccia della medaglia.
Le esistenze dei cinque protagonisti s’intersecano, si confondono l’una nell’altra. L’imbarazzo e la confidenza si rincorrono scavalcandosi. La guerra si presenta come il momento più forzatamente opportuno per fare i conti con le occasioni, i fantasmi e le paure della propria vita.
“In un tempo come il nostro – afferma la regista – non è facile parlare di guerra. Eppure, siamo in guerra costantemente, la subiamo dal mondo e la facciamo ai nostri vicini. Ho creato questo spettacolo per raccontare le continue battaglie della vita quotidiana e per farlo ho messo da parte sia la politica che la storiografia. In scena ci sono cinque persone, esseri umani con un passato differente, e forse senza futuro, che convivono e si raccontano tra gli sfregi della guerra. Per farlo, mi sono affidata alla parola scritta e alla parola detta attraverso i suoni, le luci e le tavole da palcoscenico”.

Concludendo, vi propongo anche il trailer dell’opera: “Sotto Berlino”, proprio della rappresentazione di domenica 29 gennaio al Teatro Instabile.

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