8 marzo 2011

Il carnevale impazza, gli alberi di mimose sono stati “spennati” da farabutti che poi vanno a venderle sulle bancarelle, in serata i ristoranti saranno strapieni di donne sole (che si possono permettere, e non tutte, una volta all’anno questa “fuga”), mentre in molti locali, uomini si esibiranno in spogliarelli davanti a donne vogliose.

Non è giusto che questa giornata si svolga in questo modo e che sia chiamata “festa” una data che ricorda il massacro di molte donne che lavoravano in una fabbrica di camicie a New York. Il padrone, per evitare che scioperassero per i loro sacrosanti diritti, le rinchiuse nel capannone. Divampò un incendio le uccise quasi tutte; diverse erano italiane emigrate in America come tante altre che provenivano da molti paesi.

Ma non è così per tutte, anche se dopo 100 anni ancora la chiamano la “festa della donna”! È partita da questo terrificante eccidio e, nel tempo ha significato una giornata di lotta della donna per chiedere i diritti.che le spettano.

Ancora oggi, nel XXI secolo le cariche più elevate le detengono quasi sempre gli uomini, nonostante le donne abbiano ampiamente dimostrato di poter coprire in modo eccellente, uffici importanti.
Purtroppo le fredde cifre (fonte internet) parlano chiaro: Le donne sono il 42 per cento dei magistrati, il 32 dei medici, il 39 degli avvocati, il 30 degli imprenditori, ma guadagnano il 9 per cento in meno degli uomini a parità di lavoro. I loro contratti sono a part-time e a tempo determinato più di quelli degli uomini. Ma l’Italia è anche tra gli ultimi Paesi d’Europa per la percentuale di donne in politica, con il 21 per cento dei deputati e il 19 dei senatori. Nel governo ci sono cinque ministre, di cui tre senza portafoglio. Il 68 per cento delle donne tra i 20 e i 49 anni ha un’occupazione, ma solo se non ha figli. In Italia la spesa per le politiche sociali e familiari rappresenta l’1.3 per cento del Pil, meno della metà della media europea e un terzo della Francia. Le donne fanno il 77 per cento del lavoro familiare e solo il 10 per cento dei bambini da zero a due anni frequenta un nido. Il welfare per i piccoli è rappresentato dai nonni (chi li ha). Alle richieste di part-time e orari flessibili spesso le aziende rispondono negativamente. Il 40 per cento delle donne sotto i 40 anni non può fruire delle tutele sulla maternità previste dalla legge perché non ha un lavoro a tempo indeterminato. Per non parlare dei licenziamenti….da gravidanza!

In questa data, sono tante le  donne che si riuniscono per affermare la cultura dell’uguaglianza e della dignità. Ad es.le rappresentanti del comitato “Se non ora quando” che hanno dato vita alla meravigliosa giornata del 13 febbraio scorso, le reti di associazioni, universitari, i gruppi femministi e poi, coloro che fanno parte della storica associazione dell U.D.I (Unione Donne d’Italia),.

L’UDI nacque a Roma nel settembre del 1944 e decise di celebrare l’8 marzo 1945; furono le prime giornate della donna nelle zone dell’Italia libera. Nel frattempo a Londra veniva approvata ed inviata al’ONU una “Carta della donna”, con richieste di parità di diritti e di lavoro.
Poi la guerra finì, l’8 marzo del 1946 fu festa nell’Italia intera e, per la prima volta fu usato come simbolo il fiore di mimosa.
Eppure questo delicato fiore ha avuto ed ha, per chi sa coglierlo, un grande significato.
La mimosa è il fiore che sboccia quando ancora è inverno,  quando la natura è addormentata, rallegra l’ambiente con il suo colore solare e il suo intenso profumo.
Tornando a questa importante giornata, bisogna ricordare che tante donne si sono riunite e si riuniranno questa sera, per discutere della realtà che investe la vita di tutti noi, uomini e donne, e soprattutto la reale natura dell’attuale sistema sociale, politico ed economico, con un pensiero tragico, per citare solo due esempi, alle donne arabe sottomesse e a rischio lapidazione per adulterio o blasfemia ed anche ai femminicidi di Ciudad Juarez, in Messico
Lo slogan di quest’anno recita: “Il corpo è mio e non ha prezzo”.

Sembra un tragicomico riferimento all’attualità, un’attualità che induce a pensare che gli anni di lotte non abbiano portato ad alcun risultato. Non è così, se per un periodo la giornata della donna sembrava sommersa in un mare di consumismo, dobbiamo dire che oggi la coscienza si sta di nuovo risvegliando, anche se in parte.
Per concludere, riporto qui due passi molto significativi del discorso del presidente Napolitano che stamani ha parlato dell’ 8 marzo nel Salone dei corazzieri del Quirinale.
“Il modello consumistico riduce troppo spesso la donna da soggetto a oggetto: è un’immagine che può favorire comportamenti aggressivi, anche molto gravi, e che va respinta senza mezzi termini…. Poi ha concluso con questo condivisibilissimo concetto: si dice: “certo che anche le nuove italiane, le tante donne immigrate che sono già diventate o diventeranno nostre concittadine, le tante donne che lavorano con abnegazione e senso del decoro, faranno anche esse la loro parte”, per raggiungere l’obiettivo di “lavorare insieme con successo per una Italia migliore, più ricca di futuro per le donne e per le giovani generazioni”.

2 Risposte to “8 marzo 2011”

  1. Carlo Caregnato Says:

    Condivido del tutto quanto dice oggi , e meglio di quanto potessi fare io, nella sua rubrica Vittorio Zucconi:

    Le mimose appassite
    Oggi è l’8 marzo, la giornata mondiale delle donne che naturalmente anche in Italia sarà celebrata con mazzolini di fiori gialli, servizietti sciropposi da talk show e da telegiornaletti con la coda di paglia, chiacchiericci istituzionali e sorrisetti d’occasione con qualche superficiale rievocazione storica. Per l’occasione, regalo alle donne italiane questo bel mazzolino di statistiche compilate dal World Economic Forum, l’organizzazione internazionale che raccoglie accademici, politici, imprenditori, governanti di tutto il mondo, senza intenzioni nè coloriture politiche.
    Secondo i dati di questo Wef (2010) l’Italia al femminile è disastrosamente, tragicamente arretrata. Le donne italiane sono all’ 87esimo posto nel mondo per la partecipazione al lavoro retribuito; al 121esimo in fatto di eguaglianza retributiva; al 97esimo per la presenza in posti di responsabilità amministrativa e di comando; al 74esimo nel trattamento generale delle donne, dietro Vietnam. Colombia e Perù e se queste graduatorie sono certamente opinabili una per una, tutte insieme gridano una verità innegabile. Il World Economic Forum, che tutto è meno che un’organizzazione sospettabile di essere “de sinistra” o anti berlusconiana – fottendosene allegramente delle nostre pagliacciate da avaspettacolo internazionale – conclude la ricerca notando senza commenti che l’Italia è scesa nelle graduatorie sul ruolo delle donne nell’economia e nella società civile “dal 2008 al 2010″: “L’Italia continua a essere una delle nazioni peggio classificate e la sua situazione si è deteriorata negli ultimi due anni”. La faccenda è troppo seria, e i dati internazionali troppo deprimenti per fare battute sul bunga bunga, sugli harem dell’Orgettina o su mamme che incoraggiano le figliolette a “darla” per raccattare qualche Euro e apparire cinque minuti in tv, perchè il dramma ha radici ben più profonde di un governo o di una situazione elettorale e politica comunque destinata a passare. Ma se fossi una donna italiana e qualcuno mi regalasse un mazzolino di mimose per “onorarmi” glielo darei in testa. Dammi un lavoro, cretino, un contratto stabile, un asilo pubblico comodo, una scuola elementare alla quale non debba fornire io la carta igienica, treni e trasporti pubblici che non mi condannino a ore di viaggio da bestiame per andare al lavoro, strade e periferie sicure, procedure mediche per tentare di avere un figlio senza dover andare all’estero per aggirare le insensate leggi volute da Giovanardi e da Ruini, trasmissioni televisive e giornali che non mi trattino da “gnocca” (espressione orrenda ormai divenuta normale e accettabile nell’Italia da osteria di oggi) e poi accetto i tuoi fiorellini. Per fortuna dei venditori di mimose, non sono una donna e certamente non una “gnocca”. Vittorio Zucconi

    Ciao, Carlo

  2. giuliana Says:

    Che tristezza, quest’anno, la festa della donna! Ripensavo con nostalgia, proprio ieri, 8 marzo, ai bei tempi dell’Udi, ai cortei fatti con le alunne e, perchè no, anche con qualche democratico maschietto, alle cene con le colleghe, che finivano puntualmente con grandi cori…. Era bello, è stato bello, ci abbiamo creduto ed abbiamo sviluppato una vera, sentita solidarietà femminile, tutte accomunate da ideali comuni. E adesso, che cosa rimane? Devo dire che, alle mie nuore, come alle amiche + care, ho fatto, comunque, gli auguri, perchè lo sentivo e perchè gli auguri valgono sempre, però, lo confesso, subito dopo, mi sono sentita un po’ ridicola, quasi fuori posto e… si’, è vero, ho pensato che era finita, l’incantesimo si era rotto, le mimose davvero da buttare.
    Perchè tutto questo? L’articolo di Zucconi è illuminante, in proposito, e la condizione femminile ancora peggiorata, tra l’immagine di una donna oggetto, o quella, ugualmente allucinante, di una donna in carriera, aggressiva, dura, incattivita dalla competizione, dalla difficoltà estrema di conciliare lavoro e famiglia, nevrotizzata dalla mancanza di servizi ed aiuti di uno stato inadempiente e lontano dai problemi reali. Per le mamme, per le donne, è davvero tutto difficile e, se le famiglie soffrono, soffre l’intera società.
    Il cammino delle donne, allora, penso che forse, ancora + di prima, sia diventato arduo e in salita. Noi pensionate, ormai, siamo dall’altra parte, ma ancora, e su tutti i fronti, è aperta la battaglia per conquistare il rispetto e la dignità di essere donne.
    Allora,non + mimose, dolciumi, predicozzi e simili, ormai è passato il tempo, ma questa giornata ci ricordi, comunque, il dovere di un impegno costante.

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