Violenza e razzismo

Non voglio soffermarmi sull’aggressione a Berlusconi, perché è stato detto fin troppo….voglio solo ricordare l’ennesimo e temo, non ultimo, monito del Presidente Napolitano che ieri, 14 dicembre, in un’intervista al Tg2, ha affermato:” È necessario misurare le parole ovunque si parli,nelle piazze, nei congressi di partito, in TV e tornare a un civile confronto fra le parti politiche”. Ha affermato ancora che è in atto un’esasperazione pericolosa della polemica politica, e che questa deve essere fermata…. “Non è la prima volta che lo dico – ricorda il presidente – dobbiamo impedire “che rinascano forme di violenza, che l’Italia in un passato non lontano ha già conosciuto e duramente pagato”.
Poi il Presidente è tornato a parlare dell’aggressione a Berlusconi:” Un gesto che deve “allarmare” tutti. E quando dico tutti intendo tutti gli italiani che credono nella democrazia e hanno a cuore che venga garantita la pacifica convivenza civile” Il Presidente ha poi concluso rivolgendosi direttamente ai cittadini: “Abbiate fiducia nella giustizia!”

Abbassare i toni: lo speriamo vivamente così non si ripeterebbero gli “andassero a morire ammazzati” i “devono morire tutti” ripetuto più volte senza controllo, gli attacchi violentissimi alla Costituzione e alla Consulta, il terribile vilipendio alla bandiera… Ovviamente non nego che anche dall’altra parte si sono avuti attacchi decisamente inopportuni, ma sfido chiunque a trovare la stessa virulenza verbale

Mi fermo qui, voglio scrivere di un altro tipo di violenza e, come tale, ignobile e vergognosa: il razzismo che dilaga in Italia. Non voglio ripetermi su un discorso sull’uguaglianza dei cittadini – teniamola presente una buona volta la nostra Costituzione! – ma porto un esempio che vuol dire davvero tanto.

È una lettera di un italiano dalla pelle nera, Pap Khouma, scrittore e giornalista di origine senegalese, che vive a Milano. Si è sempre occupato di cultura e di letteratura, attraverso numerose e svariate esperienze. Ha scritto su giornali e riviste e ha pubblicato un romanzo “Io, venditore di elefanti” giunto all’ottava edizione.

Trascrivo dunque la lettera che lo scrittore ha inviato a La Repubblica il 13 dicembre scorso.
Sono un black italiano, come mi son sentito dire al controllo dei passaporti di Boston da africane americane addette alla sicurezza.

Ma voi avete idea cosa significa avere la pelle nera proprio nell’Italia del 2009?

Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d’identità, che il funzionario senza neppure dare un’occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede. Ricordo un’occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d’identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così.
“Mi ha dato la sua carta d’identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?”.
“Come hai fatto ad avere la carta d’identità, se non hai un permesso di soggiorno… ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l’italiano?”. “Non ho il permesso di soggiorno”, mi limitai a rispondere.
Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato “cittadino italiano” ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza.
Perché non leggete cosa c’è scritto sul documento?”, suggerii. Attimo di sorpresa ma…. finalmente mi diedero del lei
(ho provato sempre tanta rabbia sul fatto che ad un extracomunitario – o in questo caso un italiano originario del Senegal – si debba dare del tu usando toni sprezzanti e chiedere se la persona , che magari è laureata, sappia leggere n.d.r.) “Lei è cittadino italiano? Perché non l’ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario…”.
(…)
Quando abitavo vicino a viale Piave, zona centrale di Milano, mi è capitato che mentre di sera stavo aprendo la mia macchina ed avevo in mano le chiavi una persona si è avvicinata e mi ha chiesto con tono perentorio perché stavo aprendo quell’auto. D’istinto ho risposto: “Perché la sto rubando! Chiama subito i carabinieri”. E al giustiziere, spiazzato, non è restato che andarsene.

In un’altra occasione a Milano alle otto di mattina in un viale ad intenso traffico, la mia compagna mentre guidava ha tagliato inavvertitamente la strada ad una donna sul motorino. E’ scesa di corsa per sincerarsi dello stato della malcapitata. Ho preso il volante per spostare la macchina e liberare il traffico all’ora di punta. Un’altra donna (bianca) in coda è scesa dalla propria macchina ed è corsa verso la mia compagna (bianca) e diffondendo il panico le ha detto: “Mentre stai qui a guardare, un extracomunitario ti sta rubando la macchina”. “Non è un ladro, è il mio compagno”, si è sentita rispondere.

Tutte le volte che ho cambiato casa, ho dovuto affrontare una sorta di rito di passaggio. All’inizio, saluto con un sorriso gli inquilini incrociati per caso nell’atrio: “Buongiorno!” o “Buona sera!”. Con i giovani tutto fila liscio. Mentre le persone adulte sono più sospettose. Posso anche capirle finché mi chiedono se abito lì, perché è la prima volta che mi incontriamo. Ma rimango spiazzato quando al saluto mi sento rispondere frasi del genere: “Non compriamo nulla. Qui non puoi vendere!”. “Chi ti ha fatto entrare?”.

Nel settembre di quest’ anno ero con mio figlio di 12 anni e aspettavo insieme a lui l’arrivo della metropolitana alla stazione di Palestro. Come sempre l’altoparlante esortava i passeggeri a non superare la linea gialla di sicurezza. Un anziano signore apostrofò mio figlio: “Parlano con te, ragazzino. Hai superato la linea gialla. Devi sapere che qui è vietato superare la linea gialla… maleducato”. Facevo notare all’anziano che mio figlio era lontano dalla linea gialla ma lui continuava ad inveire: “Non dovete neppure stare in questo paese. Tornatevene a casa vostra… feccia del mondo. La pagherete prima o poi”.
(…)
Ho invece infinitamente apprezzato il comportamento dei poliziotti del presidio della metropolitana di Piazza Duomo di Milano. Non volevo arrivare al lavoro in ritardo e stavo correndo in mezzo alla gente. Ad un tratto mi sentii afferrare alle spalle e spintonare. Mi ritrovai di fronte un giovane poliziotto in divisa che mi urlò di consegnare i documenti. Consegnai la mia carta di identità al poliziotto già furibondo il quale, senza aprirla, mi ordinò di seguirlo. Giunti al posto di polizia, dichiarò ai suoi colleghi: “Questo extracomunitario si comporta da prepotente!”.
Per fortuna le mie spiegazioni non furono smentite dal collega presente ai fatti. I poliziotti verificarono accuratamente i miei documenti e dopo conclusero che il loro giovane collega aveva sbagliato porgendomi le loro scuse. Furono anche dispiaciuti per il mio ritardo al lavoro.

Dopotutto, ho l’impressione che, rispetto alla maggioranza della gente, ai poliziotti non sembri anormale ritrovarsi di fronte a un cittadino italiano con la pelle nera o marrone. “Noi non siamo abituati!”, ci sentiamo dire sempre e ovunque da nove persone su dieci. E’ un alibi che non regge più dopo trent’anni che viviamo e lavoriamo qui, ci sposiamo con italiane/italiani, facciamo dei figli misti o no, che crescono e vengono educati nelle scuole e università italiane.

Un fatto sconvolgente è quando tre anni fa fui aggredito da quattro controllori dell’Atm a Milano e finii al pronto soccorso. Ancora oggi sto affrontando i processi ma con i controllori come vittime ed io come imputato.
Ma una cosa è certa, ho ancora fiducia nella giustizia italiana”.

14 dicembre 2009

Pap Khouma, italiano dalla pelle nera

3 Risposte to “Violenza e razzismo”

  1. annalucia Says:

    Quando ho letto l’articolo, ho pensato a ciò che mi diceva Bruna. A lei sono capitate situazioni molto simili. E’ stato questo uno tra i motivi che l’hanno spinta ad andare via… ma è possibile? A volte mi sembra impossibile che questo è lo stesso paese di prima quando le cose erano un po’ più difficili che negli altri paesi, ma c’era calore, calore umano. Ora oltre alle difficoltà quotidiane di vario genere, si sono aggiunti razzismo, intolleranza ed una prepotente ignoranza. Un vero peccato…

  2. alberto pignero Says:

    Cara Gabriella ho letto con vero dolore, come cittadino del mondo ma sopratutto come uomo, il racconto di Pap Khouma. Tutto ciò che gli è capitato è un insulto alla nostra dignità di uomini, ma ricordando la Storia tutto ciò non mi meraviglia . Il razzismo ha fatto sempre capolino in ogni società ed in ogni epoca . Ciò è avvenuto e avviene sopratutto per paura, per ignoranza per difesa dei propri privilegi. Non si ha razzismo solamente perchè si diffida di un uomo con la pelle diversa, ma anche quando l’intellettuale si erge sul piedistallo e si distacca dal vulgus oppure quando il ricco tiene a distanza il povero o ancora quando il sano tiene a prudente distanza chi ha un qualche handicap. La domanda è : si può combattere ? Credo che le leggi i governi possono influenzare degli atteggiamenti ma il male del razzismo, secondo me, ce lo portiamo nel nostro DNA, è congenito. Basta pensare alla civilissima e molto liberal Olanda che ha visto fallire tutta una politica d’integrazione ed ora è sprofondata nell’intolleranza. Ma con questo non voglio giustificare alcun tipo di razzismo, ma solo augurarmi che i nostri governanti sappiano arginare un fenomeno che a volte produce dei mostri come ben c’insegna la storia recente.

  3. Gabriella Raffaele Says:

    Rispondo contemporaneamente ad Annalucia ed ad Alberto perché i due interventi, in un certo modo, si integrano. Dico ad Alberto che Bruna, cugina di Annalucia e nostra carissima amica, è una persona vivace, intelligente e di vastissima cultura. Quello che è successo, lo leggi sopra.
    Rispondendo ad entrambi, dico, per quello che ho potuto notare, che il razzismo in Italia non c’era, quando le persone di altre civiltà erano pochissime. Molti italiani che pure erano stati oggetto di razzismo perché a suo tempo emigrati, sembravano integrarsi. Era quello il momento in cui avrebbe dovuta farla da padrona un’educazione all’uguaglianza tale da essere un ottimo sostrato per evitare quello che accade oggi.
    Non credo sia problema di DNA: siamo tanti per fortuna, che rinneghiamo il razzismo.
    Purtroppo la maggioranza non la pensa così per cui accadono tanti fatti ignobili che conosciamo.
    Da ragazza mi commuovevo di fronte alla non violenza di Martin Luther King, al suo “I have a dream”, ho pianto quando lo hanno ucciso….
    Oggi abbiamo Il Presidente degli SU afroamericano, nell’America Latina molti indigeni ormai guidano la politica fino a poco tempo fa appannaggio dell’uomo bianco.
    Sembrerebbe che il sogno del grande Luther King si stia avverando. Purtroppo non è così, anche perché l’ignoranza (quella posseduta anche da tanti laureati) la fa ancora troppo da padrona.

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